En el Cambio Está la Evolución
In realtà la teoria è estremamente più semplice: L'evoluzione avviene grazie ai cambiamenti. Per quanto possa suonare come una banalità è in realtà un concetto ingiustamente sottovalutato e bistrattato dai fatti sul quale vorrei spendere due parole. La natura (se con essa indichiamo il sistema di complessi equilibri tra gli esseri viventi e l'ambiente in cui vivono) è del tutto priva di alcuna capacità decisionale. Quello che avviene è, molto semplicemente, lasciare che le cose cambino più o meno aleatoriamente; tuttavia i mutamenti dei quali prendiamo coscienza sono quelli che perdurano per un tempo sufficientemente lungo e si sviluppano in maniera sufficientemente ampia da poter essere notati, o comunque da poter influenzare la nostra esistenza. In altri termini percepiamo come "evoluzione" la tendenza della natura in quanto sistema dinamico a tendere alla stabilità.
I cambiamenti non sono altro che coincidenze che si verificano più o meno frequentemente in un sistema caotico; un'infinitesima parte di questi cambiamenti perdurerà nel tempo grazie al suo contribuire alla stabilità del sistema. Talvolta è lecito rimanere sorpresi dall'utilità e dalla speicificità di alcuni cambiamenti che si verificano e si finisce per pensare a qualche intervento divino o a un grande piano già scritto. Bisognerebbe però soffermarsi a pensare al tempo che ha portato a quel mutamento, nonchè ai milioni di altri cambiamenti che semplicemente non si sono rivelati stabili. In altri termini è un po' come sorprendersi se una goccia di pioggia centrasse una piccolissima tazzina da caffè, nel bel mezzo di un temporale... ben note sono le teorie delle migliaia di scimmie che scrivono Shakespeare e degli orologi che compaiono dal nulla nel deserto.
La cibernetica ci insegna che lo schema generale di un sistema complesso prevede delle unità che poste in relazione tra loro divengano parte di una nuova unità più grande con caratteristiche che non siano già possedute dai singoli elementi. Basti pensare alla serie atomi, molecole, cellule, organi, esseri viventi, ecosistema; o anche alla scalata dai transistor al web. Questa caratteristica rende particolarmente semplice formulare metafore, ma anche teorie, basate sulla similitudine tra il comportamento degli esseri umani e quello di altre componenti di altri sistemi; o anche, in senso inverso, tendere all'antropomorfizzazione di componenti poste su livelli diversi dal nostro, siano esse le cellule, la società o anche gli ecosistemi naurali.
Una delle similitudini che ci riguarda particolarmente da vicino è quella con lo sviluppo personale dell'essere umano. Nella nostra vita siamo istintivamente spinti verso il cambiamento, vuoi per curiosità, vuoi per fuggire da una situazione di disagio. Sul lungo termine tendiamo a stabilizzarci in quelle situazioni che molto semplicisticamente ci fanno stare bene. Quello che può sembrare un banale slancio edonistico è in realtà dettato dal mantenimento della stabilità dell'ecosistema sociale e naturale in cui viviamo. Il bisogno di cambiamento, che sopraggiunge ogni qualvolta si manifesta un malessere fisico o mentale,ci spinge verso nuove strade lungo una diramata esplorazione di possibilità che, tutte assieme, ci portano ad evolvere i nostri comportamenti e la nostra società.
Al contrario di molte altre specie viventi, l'essere umano ha una più profonda concezione di se stesso ed una forte coscienza del poter prendere decisioni. Inoltre siamo molto più soggetti a sperimentare malesseri psicologici, magari anche di futile natura, che ricoprono però un ruolo molto importante. La nostra naturale "irrequietudine" ci porta ad avere un tasso di cambiamento estremamente elevato nella nostra vita, o per lo meno questo è quello a cui la natura ci spinge. Più sono le strade provate più aumentano le possibilità di imboccarne una migliore. Nel tempo questo ci ha portato a cambiare il nostro modo di vivere e di rapportarci con l'ambiente molto più frequentemente rispetto ad una qualunque altra specie animale. In altri termini senza curiosi e insoddisfatti molto probabilmente ci saremmo stabilizzati sulla preistoria, cullati dai ritmi delle nascite e delle carestie.
Fatta questa premessa e con la dovuta cautela, è possibile distinguere tra i comportamenti umani quelli che siano più o meno "naturali" in un ottica "cibernetico-evoluzionista". Il bisogno di evadere dalle routine, l'infedeltà, il timore nel prendere decisioni a lungo termine e molte altre tendenza additate spesso come immature e dannose, sono in realtà espressioni della naturale tendenza dell'uomo al cambiamento; senza la quale non ci saremmo evoluti così rapidamente. Comportamenti inntaurali, e purtroppo molto frequenti, sono invece tutti quelli che mirano all'immutabilità dello stato delle cose. Condurre una vita monotona, non cambiare mai lavoro, accettare dei dogmi e via dicendo. Questo non significa che sia necessariamente sbagliato, ad esempio, passare tutta la vita accanto alla stessa persona; ma bisogna tener conto che quanto più si limitano i cambiamenti in una determinata area, tanto più si sentirà il bisogno di compensare nelle altre. Per questo sono portato a supporre che una coppia fedele e felice debba condurre una vita estremamente movimentata; d'altro canto chi si trovasse obbligato a fare per 60 anni una vita sempre uguale sarà enormemente più incline ai tradimenti.
In questa ottica le religioni risultano essere da sempre una fonte inesauribile di pessimi consigli di vita. Accettare dogmi significa castrare la propria curiosità e forzare le persone ad accettare passivamente lo stato attuale delle cose. Nella maggior parte delle religioni inoltre sono presenti forti componenti ascetiche che, in un modo o nell'altro, mirano a distaccarci dalle nostre irrequietudini donando un sollievo, di fatto temporaneo ed illusorio, che sul lungo termine non fa altro che generare un'ulteriore frustrazione. La negazione dei desideri, la castità e l'abuso di meditazione nelle sue varie forme sono solo alcuni esempi. L'errore commesso in questi casi è quello di cercare una via rapida per la stabilità del sistema attraverso il rifiuto dei cambiamenti. Se la perfezione è raggiunta laddove non è più necessario alcun cambiamento, non significa che posso illudermi di averla raggiunta semplicemente rifiutando i naturali mutamenti. Si tratta di un trucco fin troppo banale, eppure di preoccupante successo.
Passare il tempo a lamentarsi non è mai stato produttivo. Bisogna capire se i comportamenti che seguiamo e se gli insegnamenti che ci vengono dati ci sospingono dolcemente verso una naturale evoluzione, o se invece ci forzano all'interno di schemi troppo stretti per poter essere accettati senza creare malessere. Bisogna liberarsi del pregiudizio etico che ci porta a condannare il nostro slancio verso il cambiamento. D'altro canto non bisogna nemmeno forzarsi verso improbabili fughe cieche, ma lasciare che ogni vita segua il suo corso placida, ma inarrestabile, come un grande fiume. Non escludo che coi secoli potremmo "trovare pace", ma a chi vende facili paradisi, rispondo che finchè ci sarà anche una sola persona infelice sulla terra, sarà la dimostrazione vivente che il cammino è ancora lungo e che i loro dogmi non fanno per me.
Cloud Atlas
Da parte mia devo dire che è un film arrogante. L’arroganza di voler essere tutto e uno soltanto. Di voler essere la summa del cinema classico, dell’epica, della filosofia, della religione e dell’etica. Quell’arroganza dei registi neofiti che non vedono l’ora di mettere la firma su quello che senza alcun dubbio sarà il più grande film mai girato. Non puoi permetterti semplificazioni, leggerezze, sgarri stilistici; tutto deve essere perfetto.
Solitamente questo tipo di arroganza ha il sano effetto di dare ai giovani artisti il primo grande schiaffo formativo che li guiderà, se non ad un’auspicabile maturazione, almeno ad un lieve miglioramento. Si guarda in faccia la realtà e si capisce l’importanza di scarnificare il superfluo e toccare vette elevate partendo dai più inabissati bassifondi.
Talvolta però, quando registi navigati sembrano esser vittima dell’egocentrismo del neofita, ci si pone subito una domanda: è un capolavoro o un minestrone riscaldato?
Gridare al minestrone farà vendere più copie al settimanale da casalinga in cui scrivi per tre dollari a cartella. La mia onestà e l’assenza di un incentivo pecuniario mi portano, però, a dover propendere per il capolavoro.
Forse non il tipo di capolavoro che si guadagna a spintoni un posto nei manuali del cinema rivoluzionando il genere. Ma il tipo di capolavoro che incornicia il cinema così come ancora lo conosciamo, in un tripudio di virtuosismi tecnici e verve creativa.
Una lezione di montaggio della durata di tre velocissime ore, dove quattro, cinque, sei storie… si intrecciano come il coro unanime di una sinfonia atemporale. Le scene che lo spettatore immagina stiano per arrivare, arrivano; ma in un epoca diversa. Una dissonante e sublime blue note che per tutto il film si ripete come in una ballata; prendendoci per mano e alitandoci sul collo come un’amante o come un assassino.
Innumerevoli le citazioni al mondo cinematografico e letterario. Altro argomento da dare in pasto ai critici e al loro vezzo di apparire eruditi in materia. Credo che la citazione sia parte fondamentale dell’arte in genere. Rievocare elementi universalmente conosciuti è un linguaggio efficace così come l’utilizzo di parole di uso corrente. Cos’è l’arte se non l’idioma delle emozioni? O vogliamo forse criticare buona parte dell’arte classica per i suoi continui riferimenti alla mitologia e ai poemi epici?
Di Come Gli Informatici Realizzano Utopie
E' prassi, dannosa e diffusa, degli esseri umani quella di etichettare i sogni come utopie. Un sistema rapido ed efficace per liberarsi dell'onere di realizzarli, senza però vessarsi col peso morale di non crederci.
Fortunatamente la realtà non è e non sarà mai una sola. Voglio raccontarvi di come nell'arco di pochi decenni l'informatica, non solo ha realizzato ed attuato quasi tutte le utopie degli uomini, ma vi fondi la propria esistenza ed il proprio sviluppo.
Della Libertà Di Espressione
Per quanto oggi la si consideri un diritto acquisito, nonchè una battaglia vinta negli ultimi due secoli; la libertà di espressione ha trovato, e trova, una reale incarnazione soltanto nel web e nei bar di quartiere.Di per sé si tratta di un soggetto piuttosto scomodo per chi voglia instaurare una qualunque forma di controllo e di potere sulle persone. Dalle più palesi dittature alle più sottili "pseudo-democrazie" si sono sempre instaurati dei metodi atti a limitare la libertà di esprimere e condividere le proprie opinioni.
Le metodologie più totalitariste e drastiche prevedono la repressione diretta. I metodi più sottili preferiscono servirsi di armi subdole come screditare ed isolare gli argomenti scomodi.
Internet sin dalle sue prime manifestazioni di conversazione globale (gruppi usenet, mailing-list, etc..) fino agli attuali forum, blog e social network; si è sempre imposto come un ambiente assolutamente libero. Una libertà quasi estrema, che mai prima di allora era stata sperimentata degli esseri umani.
Malgrado i continui tentativi di porre sotto controllo il Web e limitare la libertà dei suoi utenti, nessuno è mai riuscito fino in fondo a limitare la libera circolazione di informazioni. Senza Internet non sarebbe possibile nemmeno immaginare di poter in tutta libertà leggere documenti riservati della CIA, organizzare rivoluzioni civili in stati integralisti, disporre liberamente di quasi tutta la musica e di tutti i libri esistenti, ma anche scrivere contro gli interessi di chiunque, diffamare, imparare a costruire una bomba con l'acqua ossigenata, darsi alla pedopornografia, inneggiare al razzismo.
Ho volutamente incluso in questa lista di libertà elementi che nell'etica comune sono considerati positivamente, negativamente o anche in maniera non molto definita. La mela marcia può servirsi di questa utopia ed è il compromesso da accettare perchè essa esista. In realtà quello che si è dimostrato è che nonostante tutto, dovendo tirare le somme, i lati negativi non hanno mai preso il sopravvento su quelli positivi. Internet è la dimostrazione che l'essere umano medio, saldamente a cavallo di una curva gaussiana, è una persona giudiziosa.
Si può essere in disaccordo con un'idea, si può ritenere pericolosa una certa informazione, ma il pericolo più grande è proprio che esse non circolino. C'è sempre stato qualcuno che ha cercato di convincerci della pericolosità di Internet, dai pedofili, alle frodi, dai neonazisti, agli anarchici. Ma i fatti parlano chiaro: il nazismo, quello vero, è nato quando internet non c'era e le idee circolavano molto lentamente o non circolavano affato. Essere ingannati, frodati e ragirati è più semplice se siamo ignoranti e se abbiamo meno mezzi per informarci.
Sono piuttosto estremista in merito: penso che la libertà di espressione non vada mai limitata, nemmeno a fin di bene. Il web la pensa esattamente come me, e come me si è preso qualche critica per questo, ma i risultati che abbiamo sotto gli occhi tendono a darci ragione.
Della Condivisione
I comunisti mangiano i bambini, e mangiano i bambini perchè il comunismo è fallito. Il comunismo è fallito perchè il comunismo di stalin non era comunismo, le idee di Marx non sono mai state realmente implementate... potrei continuare, ma credo sia superfluo.Il comunismo non è certo l'unica ideologia che si fonda sulla condivisione dei beni e delle conoscenze. Tuttavia è un ottimo simbolo per evocare l'idea comune che aleggia su questo tipo di ideologie.
La storia ci ha insegnato che tutti questi ideali hanno portato all'impoverimento e a dei totalitarismi de facto, ma non voglio entrare nel merito dell'interpretazione delle verità storiche. Il concetto fondamentale è che una società egualitaria fondata sulla condivisione dei beni è ad oggi considerata una mera utopia. Ed anche in questo caso l'informatica ha realizzato l'utopia.
Siamo nei primi anni 80 ed un simpatico capellone in camicia hawayana cambia per sempre il mondo dell'informatica grazie a un animale: lo GNU. Oltre ad essere un abitante della savana GNU è anche l'acronimo di "GNU is Not Unix", il progetto che gettò le basi per la nascita di strumenti quali il copyleft (presente per la prima volta nella licenza GPL) nonchè i concetti di "free software" ed "opensource".
Fino a quel momento il mondo del software e dell'informatica in genere era costruito ad immagine e somiglianza delle realtà aziendali canoniche. Il modello da seguire era quello del profitto e della difesa dei segreti industriali, della competitività tesa all'annientazione della concorrenza. Modello che secondo molti, me incluso, si sta avviando, ed è destinato, a fallire miseramente.
All'epoca il fenomeno propabilmente ai "big" dell'industria informatica sembrò più un capriccio di un gruppo di hacker capelloni più che una reale minaccia al loro business model. Ma dopo trent'anni possiamo affermare con assoluta certezza che quel gruppetto di nerd e sognatori, non solo ha cambiato il mondo del software nel modo in cui oggi lo conosciamo, ma ha anche realizzato l'utopia comunista come nessuno era mai riuscito a fare.
Il frutto del lavoro e della ricerca delle persone appartiene a tutti, ognuno può sfruttarlo e contribuirvi ed è legalmente obbligato a permettere agli altri di averne accesso. Quando qualcosa appartiene ad un numero estremamente ampio di persone, esse non solo lo proteggono, ma cercano in ogni modo di migliorarlo. Grazie a questi semplici principi sono nati software come GNU Linux, Apache, MySQL, tanto per citare quelli che più hanno influito sul nostro mondo negli ultimi vent'anni. Basti pensare che la stragrande maggioranza dei siti web sono ospitati su piattaforme LAMP(Linux Apache MySQL PHP), tutti progetti opensource.
La concolusione che si può trarre è che non solo l'utopia sia stata realizzata, ma che abbia anche smentito una delle sue principali critiche. Del comunismo in senso lato si è infatti spesso detto che fosse del tutto incompatibile con il progresso. Ci si è sempre stato presentato il capitalismo come modello che spinge l'uomo al progresso tramite il denaro catalizzatore. L'opensource è la dimostrazione che non solo esistono altri modelli di sviluppo, ma che funzionano anche decisamente meglio.
Della Democrazia
Per quanto la democrazia esista dai tempi dell'antica Grecia, la sua forma diretta rimane tutt'ora una visione utopica. Ad'Atene essa nacque proprio nella sua forma diretta che poi è l'unica che possa dirsi reale. Il problema della democraia diretta è che la sua stabilità diminuisce al crescere del numero di cittadini. Non è un caso che i pochi esempi di democrazia diretta, funzionante o meno, siano riconducibili a realtà per lo più di ridotte dimensioni e molto localizzate(polis, comune di parigi, soviet, etc...).Il compromesso adottato per le realtà più grandi è quello della democrazia indiretta. Nonostante essa sia alla base di moltissimi stati moderni, la sua reale implementazione resta tutt'ora un'utopia. Questo tipo di governo, infatti, degenerà quasi sempre in uno scenario oligarchico. Ciò nonostante essa rimane ad oggi la cosa più vicina alla democrazia alla quale ci siamo mai avvicinati.
Nel frattempo però, nel web, non solo la democrazia diretta esiste, ma anche in questo caso funziona a meraviglia. In un ambiente che come abbiamo detto si basa su spunti anarchici, spirito di condivisione ed una totale libertà di espressione; l'unico modello decisionale possibile sembra proprio essere quello democratico in senso stretto.
Analizzando l'apparato decisionale di Internet ne risulta un sistema ibrido di democrazia diretta multilivello. Partendo dal basso, un singolo progetto software, sito web, organizzazione, gruppo di discussione; si fonda sulla dialettica tra ogni singolo membro. A volte una persona può essere delegata a vigilare sul rispetto di alcune linee guida o chiamata a stabilirne alcune, tuttavia non esistono schemi rigidi in merito. Possono infatti coesistere modelli più o meno indiretti ed essi possono anche mutare nel tempo in base alle esigenze. In ogni caso è però sempre possibile l'intervento di un singolo nel percorso decisionale. A prima vista potrebbe sembrare un sistema caotico e poco affidabile, ma anche in questo caso gli esseri umani si sono mostrati dotati di buon senso e perfettamente in gradi di autoregolarsi.
Passando ai livelli superiori, non esistono leggi tassative che debbano essere rispettate da quelli inferiori. Al contrario le decisioni di carattere generale esistono sempre e solo come linee guida, definizione di standard e usi e costumi impliciti. L'uomo posto di fronte a delle regole che non può infrangere si sente privato della sua libertà. Nello scenario in cui esso sia dotato di giudizio imporre delle regole è quasi un affronto alla sua intelligenza: non devi dirmi di non uccidere qualcuno perchè rientra già nella mia etica. Il metodo più efficiente, invece, per cui una certa norma venga applicata su larga scala è, molto semplicemente, che convenga applicarla. Tutto ciò che viene stabilito rientra nell'interesse della comunità ed è volto al suo sviluppo. Questo si riflette in un comportamento di osservanza nelle realtà più localizzate, non perchè ciò sia imposto, ma perchè risulta essere la via migliore da seguire.
Anche in questo caso, non essere d'accordo è lecito e consentito. Chiunque può dire la sua su una decisione globale senza che qualcuno lo abbia eletto a portavoce. Nel locale si è anche perfettamente in diritto di dissentire ed adoperare linee guida differenti. Difatto sul medio-lungo termine si avrà inevitabilmente una diffusa adozione di quelle decisioni che portano al progresso e alla stabilità della comunità. Non credo affatto che sia un caso che i software opensource, non solo sono molto ferrei nel rispetto degli standard, ma ne sono spesso i veri promotori.
Il Caso Wikipedia
Wikipedia parlando di democrazia è un caso molto rappresentativo. Scrivere un'enciclopedia è infatti un compito nel quale è inevitabile che nascano delle divergenze. Un articolo potrebbe fornire interpretazioni parziali e faziose ed è difficile tenere fuori gli interessi personali. Il problema è sempre stato di difficile risoluzione anche nelle enciclopedie cartacee, per non parlare dei mezzi degli altri mezzi di informazione.Vengono in tal senso considerate caratteristiche necessarie di un enciclopedia, la sua neutralità e la sua completezza, nonchè la certificazione di ogni fonte. Davanti a questo scenario sembra impossibile affidarsi ad un modello democratico ed aperto a tutti, eppure anche qui gli informatici hanno realizzato l'utopia.
Per quanto talvolta vengano mosse piccole critiche a wikipedia, alla sua neutralità ed affidabilità, ritengo che esse siano per lo più sterili, oppure dotate di una validità molto limitata nel tempo. Prendiamo ad esempio proprio il caso di un articolo fazioso. Nessuno mi vieta di scrivere che la mia azienda sia la migliore per qualche motivo o che i miei ideali non siano mai stati smentiti, etc... tuttavia nell'arco di un tempo brevissimo, spesso addirittura minuti, qualcuno se ne accorge e su ogni articolo viene aperto un dibattito. L'articolo muta nel tempo e quello che viene accettato o meno varia in base a regolamenti stabiliti da tutti(come ad esempio stabilire quale tipo di fonte possa essere accettata). Il risultato di questo modus operandi è quello che al trascorrere del tempo l'articolo tende alla correttezza ed imparzialità assoluta. Utilizzo la terminologia dei limiti matematici proprio perchè il raggiungimento della perfezione sarebbe possibile solo con la partecipazione di tutti gli esseri viventi e dopo un tempo di discussione infinito.
Tuttavia si sa che la matematica è la teoria, applicarla al mondo reale significa affidarsi ad altre scienze derivate come la fisica e il calcolo probabilistico. Infatti i risultati di wikipedia quasi sempre ci soddisfano, basta infatti un ragionevole numero di persone competenti in un determinato settore per poter rappresentare la maggioranza delle interpretazioni e delle opinioni. Per quanto la perfezione sia irragiungibile per definizione, Wikipedia è ciò che più può avvicinarvisi nell'ambito del sapere enciclopedico.
Il Caso Github
Vorrei citare anche un altro caso lampante di democrazia diretta, più complesso e forse meno conosciuto di Wikipedia, ma di grandissima importanza. Sto parlando di Github, dovrei citare anche altre realtà simili come SourceForge, Launchpad, etc... parlerò di github perchè ad oggi sembra essere la realtà più prolifica e meglio riuscita. Ovviamente trattandosi di una piattaforma che fornisce degli strumenti sono validissime anche le altre.Sostanzialmente si tratta di un'azienda che fornisce degli strumenti per lo sviluppo del software a pagamento se questo viene fatto in forma privata, al contrario gratuitamente per i progetti opensource.
Gli strumenti principale nello sviluppo di un software opensource sono solitamente un sistema di versioning(tenere traccia di versioni, cambiamenti e progetti paralleli), una wiki dove discutere e fornire documentazione ed un sistema di segnalazione di bug o di proposte.
Molto semplicisticamente io inizio a lavorare su un progetto con qualche amico o anche con la mia azienda. Nel momento in cui metto il progetto su Github o similari essi diviene di dominio pubblico. Da quel momento chiunque ha la possibilità di contribuire al progetto o anche utilizzarlo come elemento di un altro progetto.
Questa è una tipica situazione di politica aziendale democratica, il profitto non è più il movente, in quanto il prodotto finito è disponibilie per tutti. Il nuovo canone da seguire è quello della qualità e dell'efficienza. La critica mossa dal capitalismo a questo tipo di modello è che in mancanza di una concorrenza mancherebbe lo slancio al progresso. L'intero universo del software opensource è la dimostrazione che può non essere così.
Trattandosi di un settore molto tecnico, dove una virgola sbagliata può compromettere l'intero progetto, i termini del contribuire devono essere necessariamente più rigidi. La cosa meravigliosa è che però più rigido non significa mai meno libero. Se infatti voglio contribuire con un sabotaggio che produca un software che non funziona, esso non sarà accettato, ma sono totalmente libero di creare una mia personale copia del progetto e di trovare altri pazzi che la condividano. Questa meccanica di sviluppi paralleli(fork) è di per se uno strumento di concorrenza virtuosa.
Un esempio lampante è dato dall'acquisizione di OpenOffice da parte di Oracle: non avendo interesse nel suo sviluppo attivo il software stava decadendo. La comunità ha allora deciso di avviare il fork libreoffice ed ha continuato lo sviluppo rendondolo un software stabile e costantemente migliorato. Inoltre, questa concorrenza non basata sul profitto, influisce anche sulle aziende capitaliste. Microsoft è infatti obbligata a migliorare(per quanto possibile...) la sua office suite per stare al passo con libreoffice. Senza l'esistenza di alternative opensource è molto più facile che nel mercato nascano dei monopolisti o che che tra concorrenti nascano accordi sottobanco.
Anche in un mondo dove ci sia una concorrenza perfetta, un azienda difficilmente potrebbe competere con la comunità globale degli sviluppatori. Nella realtà una grande azienda è ancora in grado di produrre software ottimi, ma a livello teorico(e sempre più pratico) essi soffriranno sempre di più l'handicap di avere un team di sviluppo ridotto e magari anche di non rispettare gli standard e l'intercompatibilità per interessi economici.
Dell'interconnessione
Il cambiamento non è il solo veicolo dell'evoluzione. Se infatti esso fornsice una crescita "lineare", l'interconnessione prende questi cambiamenti e li tramuta ino sviluppo esponenziale. Questo è ben lungi dal riguardare soltanto l'informatica: si pensi alla velocità nell'evoluzione degli organismi unicellulari e del balzo in avanti causato da quelli pluricellulari.Si pensi anche agli animali che vivono per se stessi e a quelli che vivono in branco. O anche come l'uomo sia passato dalle famiglie alle tribù ai grandi stati. Tutto ciò ci ha insegnato che i modelli di sviluppo più efficienti hanno sempre la caratteristica di produrre un entità unica da più sottounità che si sviluppano in maniera indipendente.
Una delle idee fondanti del sistema GNU era proprio quella di produrre strumenti che svolgessero una sola funzione, la svolgessero bene e comunicassero bene tra loro. Questa è difatti un perfezionamento ulteriore dell'interconnessione. Infatti principi fondanti dell'informatica moderna sono proprio la modularità e l'incapsulamento, ovvero esporre al resto della rete solo i canali di comunicazione realmente necessari e nascondere il resto.
Questa stessa idea è riscontrabile nello sviluppo del cervello umano. Alla nascita infatti i collegamenti neurali esistono in numero molto grande e durante lo sviluppo vengono "tagliati" sino a lasciare quelli che realmente ci servono. Tutto ciò è detto in maniera molto semplicistica ma rende perfettamente l'idea.
Una singola mente è destinata ad evolversi come un insieme di menti, allos tesso modo in cui un neurone è nulla quando è solo, ma è qualcosa di magnifico se in buona comapgnia. L'informatica tra le righe ci ha sempre mostrato quali sono i migliori modelli di sviluppo, ed ha potuto farlo perchè chi l'ha creata lo ha fatto perchè funzionasse bene e non per il solo profitto, è un ambiente in cui non puoi permetterti compromessi e dove il sistema più efficiente alla fine vince sempre.
Internet è solo l'esempio più grande di applicazione di questi principi, ma non bisogna commettere l'errore di limitarli alle "realtà virtuali". La cooperazione, l'interconnessione, i sistemi democratici diretti multilivello, la libertà personale e di espressione e le reti globali di varia natura sono tutti elementi che sanciranno il prossimo grande balzo in avanti dell'umanità. Starà poi alla nostra "umanità" e alla nostra creatività fare di tutti noi un entità "illuminata" e non trasformarci nei Borg di Star Trek.
Lettera al Prof
Volevo scusarmi per la mia inconsueta emotività. Ad essere sincero credo di essere più sorpreso di quanto possa esserlo lei: è la prima volte che verso lacrime che non siano d'amore. Onestamente me lo sarei aspettato per la morte di qualche caro o per un evento paricolarmente commovente, e invece in tutti quei casi sono sempre stato una roccia, perfino troppo freddo se vogliamo. Così mi sono sentito stimolato ad indagare le cause di un evento così poco prevedibile e da me per primo inaspettato.
Sicuramente il motivo non può essere da ricercarsi nell'esito di un esame: per quanto possa essere importante solitamente non mi fa molto effetto. Anche la morte in fin dei conti è qualcosa di molto grave ed importante, eppure ai soldati, a forza di averla sotto gli occhi, non fa più effetto. Sicuramente avrà colto la sottile similitudine ed avrà intuito che non sono uno studente brillante. Difatti nell'anno in cui mi sarei dovuto laureare mi ritrovo con meno di 15 esami superati. La prima idea che un professore solitamente si fa in questi casi è quella di un possibile problema con l'apprendimento di alcune materie, ma onestamente credo che le vere cause siano ben più velate e legate a problemi di motivazione ed approccio allo studio. Non credo di essere un genio e ho conosciuto persone più argute di me, ma non credo che mi manchi la stoffa per certi argomenti. Non lo dico per presunzione, ma perchè credo che dietro ci sia una grande passione, e dove c'è una grande passione tutto è possibile.
A questo punto potrebbe già essersi annoiato, la capisco. Comunque continuerò parlandole un po' di me e delle mie passioni, dovesse anche solo servire a buttar fuori un po' di scorie. A due anni il primo bacio sulle labbra. Qualcuno avrebbe potuto facilmente intuire che sarei stato incline ad avere molte passioni, ma in questi casi di solito ci si limita alla foto ricordo. In se conda elementare, ossessionato da voler eliminare l'attrito sognando con occhi di bambino il moto perpetuo, inventai la monorotaia. Feci anche un progetto realizzato con pastelli a cera per la sezione trasversale del binario magnetico a forma di fungo, peccato che poco dopo scoprii che i giapponesi mi avevano preceduto; chissà magari se fosse andata diversamente oggi l'ATAC funzionerebbe meglio. In quinta elementare trovai su un vecchissimo 486 portatile di mia madre un programma che mi attrasse per il suo sfondo blu: QBASIC. Così cominciai a realizzare piccoli algoritmi per lo più matematici, ed iniziai ad innamorarmi della programmazione per il suo non avere confini e darti la libertà di poter realizzare qualunque cosa ti saltasse in mente. Alle medie ero uno studente modello: brillante e con ottimi voti, un mezzo secchione. In terza media mi arrabbiai con la professoressa di matematica perchè non voleva dirmi come trovare il volume di una sfera. Alle superiori ho insegnato il pascal alla professoressa di matematica, la quale in materia aveva evidenti lacune. Difatti dal terzo superiore in poi ho iniziato ad andare sempre peggio in matematica, disinnamorato di una materia che un tempo amavo. In compenso le mie conoscenze informatiche miglioravano costantemente. E... si ho fatto e faccio da sempre il "tecnico schiavo" per amici e parenti.
La scienza e l'informatica non sono però le mie uniche passioni, ad esempio ho sempre amato la scrittura. Alle elementari ho iniziato a scrivere poesie, e non ho ancora smesso. Ho vinto alcuni premi letterari nazionali, grazie al continuo coinvolgimento della mia professoressa di italiano, più capace di quella di matematica... più recentemente mi sono appassionato di design grafico dal punto di vista sia estetico che funzionale, ed anche di fotografia, arrivando alla realizzazione di alcuni piccoli progetti e alcune mostre fotografiche.
Al momento di iscrivermi all'università ero uno dei pochi ad essere indeciso tra ingegneria informatica e lettere... La mia scelta come lei sa ricadde sulla prima opzione, sostanzialmente perchè mi ero detto che era un campo dove era necessaria una preparazione adeguata, mentre le altre mie passioni potevano anche continuare in maniera autodidatta. Certamente anche una prevedibile considerazione delle possibilità di lavoro ebbe il suo peso... in fondo però è vera anche un altra cosa: io ho pochissima memoria nozionistica e non amo leggere troppo a lungo, e passare esami costituiti da grossi libroni di storia antica per me sarebbe stato impossibile; mentre nelle materie tecniche l'importante è comprendere come una cosa funziona per divenire padroni del concetto e non imparare a memoria lo stesso. In parte avevo ragione: su alcuni esami ammetto che studiando poco o niente, utilizzando intuito ed il frutto di anni di passione, non ho avuto problemi a prendere voti al di sopra del 25. La controparte furono le continue bocciature a quegli esami che richiedevano o grande memoria, o un disciplinato svolgimento di montagne di esercizi terribilmente slegati dalla vita reale, e quindi poco stimolanti. Questo non è il caso della sua materia, il mio è un discorso estremamente generale.
Così col passare del tempo mi sono trovato assolutamente demotivato e soprattutto sono stato portato a detestare cose che amavo, solo perchè me ne è strata mostrata una faccia, a mio avviso fuorviante, che non ho gradito. In effetti la realtà che ho visto nella mia esperienza universitaria, è quella di un tutti contro tutti selvaggio unito alla scremazione sistematica. Nel mio piccolo ritengo che l'obbiettivo finale dell'istruzione sia quello di creare cultura e non quello di creare classi elitarie di macchine da studio attraverso la demotivazione diretta o indiretta di chi ha un tipo di apprendimento diverso. In realtà ognuno ha un suo tipo di apprendimento del tutto diverso da quello degli altri, non ci si può arrecare il diritto di sceglierne uno universale, per altro molto discutibile. Ma la cosa grave è che gli studenti più disciplianti, riescono ad adattarsi a questo schema artificiale di apprendimento, ma a quale costo? Al costo della loro felicità. Tutti si lamentano dello studiare, ed è così usuale che ho iniziato a pensare che fosse normale, che per vivere è necessario soffrire e anche molto. In effetti in questo paese questa realtà è una costante, non solo nello studio, ma anche e soprattutto nel lavoro. Io però sono tra i fortunati che hanno avuto la possibilità di viaggiare abbastanza nel corso della vita ed ho scoperto che la realtà non è così ovunque. Infatti se riuscirò a laurearmi sono assolutamente deciso a specializzarmi in uno tra i paesi che più mi affascinano per valori e qualità della vita: Tutta la Scandinavia, Canada, Australia, Nuova Zelanda. In effetti ora come ora sono così demotivato che mi sono anche informato sulla possibilità di finire anche la triennale lontano da quì, ma non è semplicissimo. Non è una fuga verso l'eden, che quasi sicuramente alla fine potrebbe deludere, ma ritengo che quando sei scontento di uno o più aspetti della tua vita, devi cambiarla. Non puoi subirla passivamente: vorrei fare altre cose nella vita oltre a cercare di laurearmi. Se quando mi distraggo studiando giocassi a tetris forse non avrei scritto tutto questo, il problema è che quando mi distraggo spesso mi metto a studiare altre cose che spesso riguardano proprio l'informatica. Qualcosa deve voler dire, o almeno io lo spero.
Come farei l'istruzione io? Come disse Antoine de Saint-Exupéry "Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito". Questa frase vale più di moltissimi manuali sull'insegnamento e non solo. Come le dicevo io sono poco disciplinato, ed ho poca memoria, un disastro di studente quindi. Però, quando mi appassiono a qualcosa, non solo la ricordo e la padroneggio, ma non soffro studiandola. Suppongo quindi che chi istruisce debba preoccuparsi soprattutto di creare quell'interesse. Una volta che c'è quello il suo lavoro, a volte, potrebbe essere già finito: gli studenti divorerebbero il programma appena tornati a casa! Come far nascere l'interesse? Bella domanda. Le soluzioni più adottate e che sembrano funzionare meglio sono fondamentalmente due: Insegnamento orientato al problem solving e al lavoro di gruppo su situazioni reali e stimolanti, ambiente che favorisce il brainstorming. Il primo è di attuazione piuttosto semplice, il secondo è più complesso; infatti è necessario che docenti ed alunni siano effettivamente sullo stesso piano e per quanto in molti ci provino, non è facile sentirsi sullo stesso piano di chi deve giudicarti. Questo è un problema strutturale; c'è chi ha tentato di risolverlo con l'abolizione del concetto di esame e di "ora di lezione" ed introducendo metri di giudizio più dinamici e meno invasivi. Altri hanno pensato di servirsi di esaminatori esterni e sconosciuti, che difatto non esaminano solo te, ma anche l'operato del professore, che quindi per forza di cose inquadrerai, e lui a sua volta ti inquadrerà, come un alleato. Inoltre per favorire il brainstorming credo sia di vitale importanza anche il concetto di campus: vivere con persone con cui condividi interessi inevitabilmente li alimenta e li porta ad un livello superiore. Ci sarebbe molto altro da dire, ma non voglio fare un trattato sull'insegnamento, anche perchè non ne ho nozioni sufficienti per aver voce in capitolo.
Per il lavoro il discorso cambia di poco. Tutte le multinazionali di più grande successo molto spesso utilizzano questi stessi valori per trarre il massimo dai propri dipendenti. In effetti ogni volta che percepisci il lavoro come un obbligo e non come un piacere, sei infelice. L'infelicità non è solo un problema psicologico, ma anche economico: lavoratori e studenti infelici rendono poco.
Se si trovasse d'accordo con me su qualcuno dei punti esposti, per favore non mi risponda con il solito "non ci sono i soldi", questo lo so già. Ma il sapere che lei e magari anche qualcun'altro condivida questi pensieri mi basta. Mi fa intravvedere un bagliore di speranza per questo paese e, più in generale, per certe brutte pieghe che il capitalismo spesso si porta dietro.
Pensando a cosa scriverle mi è spesso balenata quest'immagine: un idraulico il cui sudore versato evapora all'istante nell'ammirare soddisfatto il suo lavoro finito, privo di sbavature e a suo modo un capolavoro di estetica e funzionalità.
Non sapevo come inserirlo nel mio sproloquio ma non volevo escluderlo da esso.
Spero di non averle rubato tempo prezioso,
cordialmente,
Andrea.
La Fine di Flash
Nel 2010 è ormai possibile affermare che chiunque abbia navigato su internet, abbia anche utilizzato Adobe Flash Player. Per chi non lo conoscesse, si tratta della tecnologia dietro ai video di youtube, molti banner animati e la stragrande maggioranza dei giochi animati online. In parole molto spicciole, Flash non è altro che un contenitore di elementi multimediali e dinamici. Il suo triste biglietto da visita, è però quello di essere una tecnologia sostanzialmente chiusa e proprietaria.
Ma cosa ha permesso a Flash di guadagnarsi il suo strapotere? Il primo elemento da considerare, è senza dubbio l'assenza di alternative funzionali per un buon periodo di tempo. In effetti, quando nacque flash, tutte le tecnologie alternative di cui possiamo servirci oggi non esistevano. L'unico vero concorrente poteva forse essere rappresentato dalle applet java, che però, per alcune caratteristiche tecniche e funzionali, hanno trovato spazio solo in ambiti che richiedessero calcoli complessi. Flash si è trovato dunque per lungo tempo a colmare un'enorme, e sempre crescente, fetta di mercato, senza nessun reale concorrente. Chiaramente, in un simile scenario, lo strapotere di Adobe in determinati campi del web, non era solo intuibile, ma anche per certi versi inevitabile.
Sia Flash, che le applet java, che il neonato e fallimentare Microsoft Silverlight, condividono alcuni aspetti che, a fronte delle moderne tecnologie, li rendono inadeguati e destinati ad un'inevitabile fine. Tutti quanti, infatti, sono strutturati come una scatola chiusa da inserirsi nelle pagine web. Hanno tutti bisogno di plug-in esterni per poter funzionare e, ultimo ma non meno importante motivo, rallentano le pagine web e sono spesso poco stabili. Va da se che per ogni webmaster sia sempre stato un sogno poter fare quello che fa Flash, senza Flash. Da un lato per avere pagine più rapide, un codice sorgente più leggibile e la possibilità di funzionare con un browser appena installato e senza plug-in; Dall'altro per risparmiare sui software Adobe, senza dei quali è piuttosto complicato realizzare contenuti flash di qualità.
Negli ultimi anni c'è stata la svolta: AJAX. Non è un detersivo, ma una tecnologia che permette di rendere dinamico qualunque contenuto web, servendosi esclusivamente di javascript, il linguaggio di scripting utilizzato da tutti i browser moderni. La diffusione di questo nuovo approccio alla programmazione web ha portato rapidamente alla nascita del cosiddetto WEB 2.0; ed ha delegato a Flash soltanto i contenuti graficamente molto pesanti e complessi. Così molte parti dell'interfaccia utente di un sito web, come bottoni, menu, elementi animati, effetti grafici; che un tempo erano realizzati con la tecnologia di Adobe, sono oggi realizzati attraverso librerie ajax(doverso citarne almeno due: JQuery e MooTools).
Adobe non è certo rimasta a guardare e, percependo l'inevitabile fine, ha realizzato Flex. Un magro tentativo di far uscire le applicazioni web dal browser e di renderle programmi a tutti gli effetti. Tentativo per altro senza dubbio ispirato da ciò che il concorrente java aveva già fatto da tempo: Java Web Start. Questa "novità" ha però trovato un breve e moderato successo solo sui dispositivi mobili, ma il consolidamento di android e di iOS4 gli ha tolto anche quello. Dopo la nascita di GWT, Inoltre, l'idea di rendere le applicazioni web indipendenti dal browser si sta sviluppando verso approcci più moderni, un esempio da seguire con interesse è Pyjamas Desktop.
La notizia che ha tolto ogni dubbio rimasto sul fatto che Flash sia destinato, finalmente, a sparire è però questa:
Se perfino la stessa Adobe si è messa a lavorare su un software, che in effetti fa quello che faceva Flash senza Flash, possiamo facilmente dedurre che loro stessi non credono nella sua sopravvivenza. C'è da dire che anche in questo caso Adobe pecchi di creatività. Infatti la rivoluzione che ha permesso di portare i contenuti grafici complessi e pesanti fuori dallo strapotere di Flash c'è già stata. Essa può riassumersi principalmente in due elementi del nuovo HTML5: video e canvas. Il primo permette infatti la riproduzione di video in streaming(come youtube) usando solo il semplice HTML, mentre il secondo permette la realizzazione di animazioni complesse. C'è da segnalare inoltre Cooties un tool gratuito che, già oggi, permette di realizzare animazioni ed esportarle nel formato canvas.
vi lascio con due link che mostrano le potenzialità delle tecnologie appena esposte:
audio & video
canvas
La Natura di Wikileaks
WikiLeaks è una realtà ormai da più di tre anni. Per chi ancora non la conoscesse, si tratta di un sito web che permette la pubblicazione, previ controlli di autenticità, di qualunque documento, garantendo il più completo anonimato della fonte. Le applicazioni pratiche sono facilmente intuibili ed hanno, come fine ultimo, quello di favorire con ogni mezzo la trasparenza di governi, aziende, organizzazioni e via discorrendo. Questo, ovviamente, causa la fuoriuscita di un gran numero di documenti, segreti e "scomodi", dagli archivi degli enti più svariati.
Un mezzo con queste caratteristiche ha le carte in regola per diventare un potente strumento di democrazia globale e merita, a mio avviso, una grande attenzione da parte dei media. Eppure le situazioni in cui se ne sente parlare sono sempre le medesime. Ogni qual volta gli interessi degli Stati Uniti entrano in contrasto con le rivelazioni di WL, La stampa internazionale si getta a capofitto nell'eterna diatriba tra i pro e i contro di questa intelligence senza bandiera né segreti. Da un lato, c'è ci chi cerca di far emergere la pericolosità di un mezzo di informazione che non si fa scrupolo di esporre, agli occhi di terroristi e non, importanti segreti di stato e militari. La fazione dei pro, al contrario, pone l'accento su come WL possa giocare un ruolo chiave nella denuncia e nella lotta a tutte quelle realtà in cui si voglia tenere la gente lontana dalla verità. Dalla corruzione di un governo, ai comportamenti poco etici di un'azienda; tutto verrebbe messo a nudo, sotto gli occhi di tutti.
Recentemente WL è entrata nell'occhio dei media, non più come entità virtuale ed astratta, ma sotto le vesti di uno dei suoi fondatori: Julian Assange. Si è parlato della sua storia, delle sue idee, ma soprattutto, magari tra le righe, dei rischi che corre una figura come la sua, mettendosi contro una buona fetta dei potenti del pianeta. Addirittura ebbe un enorme riscontro mediatico la vicenda che lo vide accusato di uno stupro in Svezia, accusa dalla quale poi fu subito assolto. Ovviamente il pensiero comune in quella situazione, fu che qualcuno stesse goffamente tentando di metterlo fuori gioco. L'effetto che questo tipo di notizie causa sul lungo termine, però, è quello di dare un volto a WL. Renderla, se vogliamo, umana e dunque vulnerabile.
Nella realtà dei fatti WL non è affatto così vulnerabile. La sua sua struttura è volutamente decentralizzata, ed i server principali risiedono in nazioni considerate garanti della libertà di espressione, come la Svezia ed il Belgio. Ma il fiore all'occhiello della tecnologia che c'è dietro a WL è, senza dubbio, il sistema di invio anonimo dei documenti. I dettagli sono ovviamente segreti, ma probabilmente si tratta di una fittissima rete di server, sparsi per il mondo, che comunicano tra di loro in maniera offuscata e non rintracciabile. Questo è possibile grazie all'efficacia del progetto TOR in primis, ed anche per via dell'utilizzo di server che non registrano la loro attività su file di log. In parole povere, non è possibile risalire da un documento pubblicato alla sua fonte, nemmeno servendosi dei migliori hacker arruolabili dalla CIA. Questa realtà garantisce all'utente quella sicurezza, assolutamente necessaria, per poter pubblicare materiale sensibile senza temere ritorsioni.
Ma se la struttura di WL è così inattaccabile e se, molto probabilmente, nemmeno Julian Assange ha il potere di distruggerla; in che modo dare un volto a WL può indebolirla? Semplice: toccando le corde emotive delle possibili fonti. Soltanto una buona conoscenza delle tecnologie informatiche che sono dietro a WL possono far sentire le fonti al sicuro, e queste conoscenze non sono alla portata di tutti. Se i media manterranno l'attenzione su Julian Assange, l'uomo comune, magari in possesso di documenti sensibili, si immedesimerà nella paura che la stampa avrà dipinto sul volto del "numero uno" di WL. Distruggere WL non significa spegnere i suoi server, ma significa far dubitare la gente di poter pubblicare qualunque documento senza conseguenze personali.
Di fronte a questo scenario, risulta interessante analizzare come sia vissuto il fenomeno in Italia. Il nostro "bel paese" ha dimostrato più volte, ed in ogni epoca storica, di essere particolarmente incline alla corruzione. WL, se usato attivamente da chi sa e non può parlare, rappresenterebbe un considerevole slancio verso una trasparenza che qui non è mai esistita. Per non parlare degli effetti positivi che avrebbe sull'intera struttura democratica del paese; sarebbe forse uno dei pochi metodi che abbiamo a disposizione, per far nascere quella consapevolezza civica e quella fiducia nelle istituzioni di cui tanto sembra esserci il bisogno. Allora perché in merito all'Italia su WL sono presenti pochissimi documenti e di relativa importanza?
Una prima ipotesi potrebbe essere che il nostro paese non ha nulla da nascondere, sarebbe bello, ma passiamo a qualcosa di più realistico. Ci sono tre questioni principali che sono immediatamente riscontrabili: mancanza di conoscenza del mezzo, salvaguardia di interessi personali, paura. La prima questione è senz'altro una delle più importanti. L'italia è poco informatizzata, ed anche tra chi è pratico di nuove tecnologie WL rimane poco conosciuto. La seconda categoria è la più triste da elencare, ma ovviamente chi sa, molto spesso, è coinvolto in prima persona e, a meno di improvvise redenzioni, difficilmente si denuncerà da solo. La terza motivazione è però la più importante: di persone che vorrebbero rompere il silenzio, ma rimangono nell'omertà per paura di ritorsioni, ce ne sono tantissime.
Fin'ora in Italia si è sempre sentito parlare di WL in relazione ai segreti militari USA, cosa che percepiamo come distante, ma anche estremamente più "importante" delle realtà che eventualmente potremmo conoscere. Non c'è quindi da sorprendersi se, per esempio, un funzionario pubblico a conoscenza di qualche piccolo clientelismo, si immagini che pubblicarlo su WL, sarebbe un po' come denunciare il proprio collega ai carabinieri per un furto di graffette. Finché WL ci verrà presentato come qualcosa di legato unicamente alle guerre degli USA, noi cittadini comuni ci sentiremo fuori luogo ad utilizzarlo. L'altro modo di cui se ne è parlato è per l'appunto attraverso la figura di JA, modalità che, per i motivi sopra discussi, aumenta il fattore paura di chi vorrebbe denunciare qualcosa.
L'altro e forse più importante aspetto che fa scaturire in noi tale paura, è legato a come i media rappresentino gli avversari di WL: l'idea di fondo che trapela è che qualunque Intelligence, soprattutto quella americana, abbia il desiderio di annientare WL. Viene presentato uno scenario di guerriglia tra "potere" e "rivoluzionari", nel quale sembra ragionevole prevedere che prima o poi qualche testa verrà appesa nella pubblica piazza, magari quella di JA. Inconsciamente però ognuno di noi percepisce il rischio che anche la propria testa possa un giorno venire appesa, perché è questo che succede a mettersi contro i potenti. Se poi l'antagonista viene identificato nel Pentagono, va da se che le nostre paure avranno probabilmente la meglio su di noi. Questo è solo il sintomo della mancanza di fiducia nei mezzi di WL: non si parla dell'efficienza del sistema che garantisce l'anonimato, dunque solo gli "esperti" si fideranno. La maggioranza viene lasciata nell'ignoranza, quella stessa ignoranza che tanto fa comodo in tutte le situazioni nella quali si voglia preservare il potere e il controllo.
Nella mia umilissima opinione ritengo che WL avrà raggiunto il suo scopo, anche qui in Italia, quando affianco alle prove degli abomini di Guantanamo, ci saranno anche le prove di ogni appalto truccato ed ogni graffetta rubata. E ritengo che i media dovrebbero soffermarsi maggiormente sulle potenzialità del mezzo e non solo sui suoi effetti in mondi così distanti da noi. Il web, mai quanto oggi, ha reso il passo tra l'azione e la passività estremamente corto. Né la pigrizia né delle paure infondate, possono giustificare coloro che sapendo restano a guardare.