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Strascichi D'Apocalisse - Cap. 2

Stai stai.. stai pure sdraiato sui tuoi pensieri. Ti è scivolata una ciocca di capelli sugli occhi e non te ne sei accorto. Te ne stai sempre nella stessa realtà a fissare il vuoto per immaginarne un'altra, e solo i fiori le accomunano entrambe.
Avevi si e no cinque anni la prima volta che nascondesti i semini della frutta nei vasi della mamma. Stavi le ore a guardare i vasi sperando di cogliere il momento esatto in cui il primo germoglio fosse spuntato; non ci sei mai riuscito. Così come non sei mai riuscito a cogliere il momento esatto in cui la gente cambia, o ad osservare la prima goccia di pioggia. Ma se una cosa l'hai imparata è che prima o poi tutto cambierà, e non sarà mai quando te lo aspetti.
"Il Grand General Rouchet ha dichiarato nella giornata di ieri 23 Aprile che a partire dal 4 Maggio la vendita, l'esposizione ed il possesso di qualunque tipo di fiore, fatta eccezione per le case farmaceutiche ed i laboratori di ricerca, è severamente vietato"
E pensare che avevi smesso di leggere i giornali dal giorno in cui ti accorsi di quanto non fossero liberi... tanto valeva continuare su questa linea se queste devon esser le notizie. Sei un fioraio e apprendere che dovrai rifarti una vita da un giorno all'altro non dev'esser facile.

Suona il telefono.

- Bertrand hai sentito la notizia?
- Si Patrick...
- Cosa pensi di fare? Cavolo non sai quanto mi dispiaccia.
- Non lo so...
- Comunque sappi che su di me puoi contare, sai ci sarebbe un mio amico che forse può trovarti un lavoretto.
- Ti ringrazio, ci penserò. Ora riesco solo a pensare che senza fiori non potrei vivere, e non parlo solo di soldi Patrick.
- Capisco...
- Se capissi Patrick, saresti in lacrime come me, e cavolo dovrebbe esserlo tutta la Francia.
- Beh dai son solo fiori, anche se so che per te sono importanti.
- Oggi tolgono i fiori, domani vorran togliere anche la luna: e che i poeti non abbiano più di che scrivere, e che la gente non abbia più di che pensare...
- Berdtrand sai che è rischioso far certi discorsi per telefono...
- Oramai è diventato rischioso anche innaffiare le mie rose... ma non voglio che te ci vada di mezzo, ti saluto Patrick, e ti ringrazio.
- Ciao Bertrand, e... non fare sciocchezze.

Gli anni a seguire ti sei messo a spacciare rose, hibiscus e ciclamini; e le tue amanti, le coprivi di mimose profumate. Avevi una clientela ampia: sognatrici, poeti e pittori. Pittori che dipingevano fiori e nascondevano le tele; dipingere non per gloria ma per dipingere. Amare non per altro ma per amore. Quando i fiori erano legali li compravano anziane vedove per addobbare i sepolcri delle loro metà scomparse, o uomini di mezz'età per coprirci le loro amanti; qualche sposa di tanto in tanto.

Ora i fiori sono il simbolo della rivolta, non c'è spada tanto affilata come una rosa nel cemento. Tanti piccoli fiori nelle giacche, nei capelli, timidamente nascosti tra le pagine di un libro; come tanti spioncini su un mondo dimenticato. Non sono gli uomini o le parole a fomentare i rivoltosi, ma la nostalgia di un mondo che non hanno mai visto, ma soltanto sbirciato tra i petali e il loro profumo.

I fiorai, come tanti insospettabili partigiani, vendono sogni a coloro cui è stato tolto anche il sonno. A tarda notte nelle vie di periferia, con mazzi di rose nascosti nelle buste dell'immondizia, si svolge un commercio segreto dove i fiori sono scambiati con libri, musica e poesie scritte su pezzi di giornale. Spesso la polizia segreta di Rouchet interviene e allora tutti quanti gettano le prove nei secchioni dell'immondizia e si disperdono nel buio. Per questo le discariche sono presidiate dall'esercito e a guardarle da lontano sono catene montuose di sogni buttati via che si perdono all'orizzonte.

Strascichi D'Apocalisse - Cap. 1 e 1/2

Passi la vita a costruire prigioni attorno a te, per poterne un giorno evadere. Te le ricordi quelle giornate tutte uguali? Così uguali che ti basta ricordarne una per ricordarle tutte. Prigioniero volontario d'usi e costumi che non hai mai sentito come tuoi; d'una sveglia che suonava sempre all'ora sbagliata. Schiavo della vita che non hai mai voluto, nè voluto toglierti. Te ne sei sempre stato come i criceti sulla ruota: a correre come un matto sapendo che non saresti mai arrivato da nessuna parte. Del resto la vita è una giostra: o giri con lei, o hai il coraggio di buttarti in corsa col rischio di spezzarti una gamba; e te nn sei mai stato un tipo coraggioso. Non c'è da sorprendersi dunque del fatto che ti senta incredibilmente vivo, nonostante il mondo che conoscevi si sia tramutato in una sconfinata distesa di sabbia bianca; ammettilo, è la cosa più emozionante che ti sia capitata da quando sei stato operato di appendicite.
perciò lasciati portare per mano dalla figlia che non hai mai avuto, per queste lande.

- Vuoi essere il mio papà? ti chiede Aurora.
- Ma io non sono tuo padre.
- Nemmeno io sono tua figlia, ma non è il DNA a fare di un uomo un padre.

Rimani un po' di stucco vedendo la tua piccola bimba di otto anni parlare come una di almeno quindici. Forse anche il tempo è divenuto un deserto, senza inizio e senza fine, nè presente nè futuro.

- Ma si... - le rispondi - che differenza vuoi che faccia chi è padre di chi quando sei orfano della tua vita...

Il tuo respiro, l'unico vento

I

Le nuvole avevano appena smesso di piangere e col calare della sera arrossirono di vergogna. Il fiume come al solito rifletteva, un soffio di vento qua e là gli increspava un po’ i pensieri, e i gabbiani cercavano il mare.

- Il tramonto è sempre il tramonto - disse una ragazza qualunque abbracciata al suo ragazzo qualunque.
- E la mamma è sempre la mamma - risposi io intromettendomi.
- Hai problemi? - mi chiese il tizio qualunque con aria minacciosa.
- Tutti ne abbiamo - risposi.

Lui non rispose, e c’era un velo di malinconia nel suo silenzio. Le persone sognano i loro momenti di gloria, ma poi non vedono l’ora di svegliarsi. Poi il vento calò e divenne brezza, le coppie si baciarono, e i gabbiani si diressero verso il mare. Ho perso la bussola tante di quelle volte che ho imparato a farne a meno, la strada giusta è sempre l’ultima che imbocchi, quella che trovi troppo tardi, quando ormai non vai più da nessuna parte. La strada del non ritorno, che ritorna sempre, come l’inciso di una brutta canzone, o il sorriso di un venditore di aspirapolveri.

- Ha il nuovo motore turbo 6000.
- Guardi non mi interessano le aspirapolveri.
- Ma questa non è un’aspirapolvere, questa è Turbine6000.
- A me sembra un’aspirapolvere, ad ogni modo non mi serve.
- Non mi dica che lei ancora scopa.
- Brutto vizio lo so, lei ha smesso?
- Assolutamente, io adesso aspiro soltanto.
- E la sua ragazza come l’ha presa?
- Benissimo, è allergica agli acari.

Sbattere la porta in faccia, non sono capace, non sono il tipo. La gente deve lavorare, io devo dormire, e il PIL, porca puttana, deve salire. Un bravo consumatore dovrebbe comprare più aspirapolveri, non sono un bravo consumatore. Forse non sono bravo affatto.
Nel frattempo gli orologi trovano, come sempre, qualche modo di essere impietosi; di sottolineare con qualche velato ticchettio la tua assoluta inconcludenza. Lancette che si inseguono, e te che insegui sogni; sogni di seconda mano, sogni in saldo, sogni di lana a fine Maggio.
Alzò il telefono per la terza volta, con le mani tremanti trovò il coraggio di comporre il numero. Ci aveva provato il giorno prima, e quello prima ancora. 0664… “questa volta posso farcela, devo farcela! Devo solo essere rilassata, lui… lui sarà comprensivo.” - Pizza Pazza le da il ben venuto vuole ordinare? - - Si, ecco… - fece un grosso respiro - vorrei una pizza. - - Ottima scelta signorina, come la vuole la pizza? - - Margherita - disse sicura. -Però… - - Si? Mi dica? - - Ecco io… - esitò a lungo. - La vuole forse con la mozzarella di bufala? - - No, veramente io… - disse allora con voce tremante - ecco, a dire il vero la vorrei senza mozzarella. Ecco l’ho detto - sfoderò il sorriso nervoso di chi si è tolto un grosso peso. - Ma allora lei vuole una marinara - - No, la marinara ha l’aglio. Sono allergica all’aglio. Voglio una margherita senza mozzarella - - Mi spiace signorina, nel software per le ordinazioni non c’è la margherita senza mozzarella, però c’è la margherita senza basilico - - Ma a me piace il basilico, io non ci voglio la mozzarella - - Guardi non insista, non dipende da me, ma non è proprio possibile. - Lei scoppiò a piangere. - Lo sapevo che andava a finire così, va sempre a finire così, la mozzarella non mi piace - disse singhiozzando. - Guardi facciamo così, io le ordino una margherita, e poi lei la mozzarella la butta. Va bene? - - Lasci stare, mi è passata la fame. -

Semaforo Rosso

Luigi Fratta, detto "Man in Black" a causa della sua propensione ad indossare abiti scuri, era un uomo carismatico. Una di quelle persone con la voce rilassante ed il sorriso sempre caldo. Qualunque cosa succedesse nel quartiere era sempre il primo a prendere l'iniziativa. Nel suo condominio faceva l'amministratore; per tutta quella gente anziana avere un uomo, così scaltro ed intraprendente, che si occupasse delle faccende burocratiche era una benedizione. Se c'era un muro scrostato, uno spuntone pericoloso o una porta che cigolava, si armava del suo kit “fai da te” e della sua tutina blu da metalmeccanico e si ingegnava come poteva per risolvere i problemi. In tutta la periferia romana si sarebbero potute contare sulle dita di una mano le persone altruiste e cordiali come lui. Non riusciva, per sua natura, a voltare le spalle a nessuno, amava il suo quartiere e con esso la gente che vi abitava. Non era affatto raro che, vuoi per ammirazione, vuoi per invidia, finisse sulla bocca della gente, era come un padre che si preoccupava della sua grande famiglia e non perdeva mai occasione per aiutarla.


Una volta un bambino rischiò di essere travolto da un tir con rimorchio all'uscita da scuola. Non appena Fratta venne a saperlo comprò pennello e vernice e passò il pomeriggio a disegnare strisce pedonali sul luogo dell'accaduto. Madri e carrozzine lo guardavano compiaciute mentre tra una macchina e l'altra tracciava quelle righe storte e sbiadite. Un viscido inquilino, che osservava da ore la scena celato dietro le persiane come fossero le feritoie di un bunker, avvertì le autorità competenti. Capitavano spesso manifestazioni di gelosia nei suoi confronti, per molti appariva come un impostore apparso dal nulla, venuto a rubare il cuore di quel quartiere e non lasciarlo più. Dopo un’oretta si presentò un vigile un po’ grasso con aria irritata e sguardo sudaticcio.


— Ma se po’ sape’ che state a fa? Nun lo sapete che ve potrei fa’ arrestà pe’ intralcio al traffico? — Il Fratta forte del supporto di madri e nonne inferocite ribatté


— Se voi autorità non vi decidete a fare quel che va fatto allora non meravigliatevi se lo faccio io, da quel cancello escono i bambini da scuola e voi non siete stati in grado di mettere un dannato semaforo. — La grassa uniforme dondolava impaziente mentre le mamme roteavano minacciosamente le cartelle dei figli.


— Che ve devo di’... voi ce avete pure ragione, io pure so padre de famiglia e lo so bene che vor'di' — riprese pacatamente l'autorità competente mentre un rivolo di sudore gli sgorgava dalla fronte — ma ce so delle procedure che vanno rispettate: se i lor signori reputano che vadano messe delle strisce... devono mandare una lettera al municipio che valuterà non appena possibile. Ora però ve devo invità a finirla co’ sta buffonata e tornarvene a casa. — Fratta non si scompose minimamente, raccolse vernice e pennello e tolse il disturbo.


— Dite al municipio che presto avranno notizie di Luigi Fratta.


Dopo un mese davanti alla scuola c'erano le strisce, un semaforo adatto anche ai non vedenti e le rampe per i disabili. Ogni volta che “Man in Black” passava di lì era salutato come un eroe e con modesta compostezza ricambiava con sorrisi compiaciuti. Sarebbe lecito domandarsi cosa spingesse un uomo a sacrificare anima e corpo per stare dietro a queste piccole cose. Non vi era guadagno alcuno per lui, se non proprio quei lievi sorrisi che la gente gli donava vedendolo passare. Da parte sua non chiedeva altro, l'amore per quelle strade e quei passanti con i jeans stinti e le scarpe vecchie, non avrebbe potuto avere miglior ricompensa per lui. Gli occhi di una madre tranquillizzata dalle strisce pedonali, o il sorriso dipinto di rughe della signora del piano di sopra a cui aveva aggiustato lo scaldabagno, erano per Luigi Fratta boccate di ossigeno in quell'oceano di smog e indifferenza. Spesso la città era grigia, una pioggerellina stanca cadeva giù come lacrime di un cielo malinconico. Le strade bagnate si sbiadivano al mattino e quando calava la sera si coprivano il volto, forse per il freddo, forse per vergogna... Per le vie cani senza collare e uomini senza chiavi. Luigi col suo ombrello inglese vogava contro corrente in quel fiume di pozzanghere, di uomini e nuvole abbracciati nel silenzio della notte, in questo squarcio di periferia romana. Amava passeggiare dopo la mezzanotte nel suo quartiere, si fermava davanti ai negozi chiusi e comprava malinconici sorrisi. Si cullava nella quiete, talvolta interrotta da tram cigolanti, e aspettava l'alba per respirare la freschezza di un nuovo giorno. Quando i primi raggi di sole filtravano in quel sottobosco di strade e palazzi, anziane casalinghe e contadini senza terra imperlavano come rugiada quella foresta di luci intermittenti.


Era il trenta Febbraio, poiché il vecchio orologio del Fratta per essere anticonformista aveva deciso così. Quando “Man in Black” varcò la soglia di casa, la moglie lo aspettava marmorea sulla porta, il cane impietosito si alzò dalla poltrona e gli fece le feste.


—Se pò sape' dove cavolo sei stato tutta la notte? — gli urlò contro Mrs Fratta — Te sei forse dimenticato che hai una famiglia?


— Ma no cara... stavo solo facendo due passi — disse Luigi d'istinto.


— Alle cinque del mattino?! Secondo me te non sei normale — chiuse la porta sbattendo — Piuttosto... voi sape' che ha combinato quel cornuto de tu fijo?


— Vorrai dire nostro figlio... — la interruppe scocciato — o forse quando fa qualcosa di male è solo mio e quando fa il bravo pupillo della mamma è solo tuo?


— E’ inutile che fai il simpatico... perché a quanto pare pure io so tu moje solo quando te fa comodo. Che te ne frega a te se sto in pena tutta la notte perché tu te ne vai in giro chissà dove. — La commozione mescolata al nervoso la pervasero e qualche lacrima lavò via le ultime tracce di trucco.


— Dai, non fare così — disse con tono dolce — forse hai ragione dovrei essere un po’ più presente — e l'abbracciò a sua volta impietosito. Fratta era un tipo molto passionale, di conseguenza dentro casa sua o si litigava o si faceva l'amore; difatti non appena quel caldo abbraccio si consumò come l'ultimo tronco nel camino la notte di Natale... la discussione riprese, come i film dopo l'intervallo.


— Comunque, tornando al cornuto di nostro figlio... — sogghignò lei con tono più pacato — s'è presentato a casa co’ un verbale della stradale de centocinquanta euri, e je levano pure 12 punti perché ha preso la patente da poco.


— E vabbeh dai perché farne una tragedia... sai quante ne ho prese io di multe... si sarà distratto un attimo — lo giustificò subito lui.


— No caro, la verità è che te non sei un padre presente — disse lei con l'espressione da assistente sociale.


— Non ti sembra di dare giudizi affrettati? E' sempre stato un bravo ragazzo — abbassò gli occhi — ed io spero un buon padre...


— Non provare a commuovermi, adesso te ne vai di là e dimostri che sei un padre, dimostra di avere le palle


— Sì, sì, va bene... basta co’ ste frasi fatte, vado...


Eccola lì, la tana del “mostro”. Note stridenti e assordanti fuoriuscivano con veemenza dallo stereo, la carta da parati, comprata appena il mese scorso, era ormai un lontano ricordo dietro a un assalto di poster e teli stracciati. Così come il ragno, che sente vibrare la sua tela sottile, si volta di scatto verso l' incauta vittima, così Luca, figlio del Fratta, gelò il padre con uno sguardo meduseo non appena varcò la soglia di quel nido polveroso.


— Sei venuto a famme la predica? — lo incalzò l'aracnide ragazzo.


— No sono venuto a far finta di sgridarti così la mamma è contenta — rispose lui con voce complice. Il ragazzo sorrise.


— Che cavolo di comportamento è? — chiese Luca dubbioso — fai cose che non te sembrano giuste solo pe’ fa contenta la gente? Lo so che non ne sei capace, ma a volte bisogna contraddire la gente se non la si pensa come loro... — Ogni tanto il figliuolo se ne usciva con questi saggi aforismi.


— Non è che sia completamente in disaccordo con la mamma... difatti la multa te la paghi da solo — sogghignò allora cogliendo la palla al balzo.


— Se non facevi mettere quello schifo di semaforo, col cavolo che prendevo la multa


— No caro... se non passavi col rosso non la prendevi...


Evidentemente non è tipico solo dei politici, aggirare i problemi scaricando le colpe in una discarica di bugie. E' strano come l'uomo sia eternamente insoddisfatto, tira fuori dal cilindro i suoi bisogni e, coprendoli di lacrime, aspetta fate turchine vestite di nero che li soddisfino. Negli occhi di Luca languidi di un odio temporaneo, oscillante tra il suo grido e il suo silenzio, si poteva intravedere l'anima insaziabile dell'intera città. Chi, come Luigi, provava piacere nell'esser causa del momentaneo appagamento di quei bisogni illusori, era destinato ad esser parte di questa perpetua altalena tra fame e sazietà. Sarebbe bello fermarsi nell'aria e scrutare dall'alto i sorrisi sinceri di quegli uomini silenziosi, per una volta liberi di gridare. Ma anche i sogni, così come la pioggia, sono destinati a cadere e a ristagnare in fosse comuni di vecchi valori, giustiziati dal consumismo di beni e desideri.


La notte dopo “Man in Black”, scuro in volto come un deserto senza luna, prese la sua auto e viaggiò. Serpenti di asfalto si abbracciavano in un amore senza principio né fine. Fari e clacson nella loro danza psichedelica intessevano un'anima a quella notte incorporea. Palazzi grigi, cantieri tristi, fumi e nebbie pesanti si posavano sull'orizzonte, e quella luna pallida e muta albeggiava in quell'oceano di case e sognatori. Un incrocio, una curva, un'altra ancora; il vento, fantasma senza nome, stringeva nella sua morsa quel bolide di ricordi guidato da un uomo che nessuno rammenta. E lì, prima del mare e prima del cielo, un semaforo alto, impervio e... spento. "Almeno sto sicuro che non mi fanno la multa" pensava sorridendo Luigi. E mentre rideva il suo volto nello specchietto aveva paura. Un tir, angelo di morte, coi suoi abbaglianti alti nel firmamento ed il suo clacson...


Non fece in tempo il Fratta, arrivò in ritardo sull'altra sponda di quel rivo di cemento. Nel caos di sirene, medici e lacrime, abdicò al suo trono di uomo. E sul cammino di mille strade di periferia... scattò il rosso.



Lacrime D'Olio

Una schiera senza fine di bottiglie che, come soldati con tanto di mimetica ed elmetto avvitabile, sorvegliano scaffali enormi tappezzati di prezzi e offerte speciali. Dove sono le verdi colline e i tramonti senza tempo? Solo nelle mie lacrime posso ancora vederli...


Nacqui in una casa di campagna, il gallo mi svegliava ogni dì e il primo albeggiare solleticava il mio sguardo assopito. Tutt'intorno c'era lui, il grande uliveto. Partiva dall'orizzonte modellato dalle colline argentate, fino a gettarsi nel mare, increspato come i miei pensieri. I giovani occhi volteggiavano come gabbiani: tra cielo e mare inseguendo l'orizzonte. Centinaia di tronchi scolpiti dalla fantasia e dal vento dormivano su un letto di foglie, le fronde filtravano i raggi solari e, nella brezza mattutina, sembravano respirare in armonia col fiato stanco dei contadini. Quando il sole ardeva a mezzogiorno la terra, rossa come il sangue, emanava l'odore acre e polveroso che per anni è olezzato nella mia vita. Lo stesso odore con cui l'olio novello, che faceva mio padre, impregnava le mura della cantina. Mi incantavo spesso a guardarlo mentre spremeva le olive mature, e non so cosa darei oggi per vedere ancora quelle mani, forgiate dalla tradizione dei secoli, stringere nel pugno il frutto che oggi è parte di me. La mia famiglia non era né istruita né tanto diversa da molte altre, ma nelle braccia di mio padre sciupate dal lavoro e negli occhi di mia madre accigliati dalla stanchezza ma addolciti dalla mia presenza, vedevo vibrare imperturbabile la voce della storia senza tempo del mio popolo e della cultura che mi ha partorito che ora non posso dimenticare. Sono sempre stato molto sensibile, o meglio capace di percepire ciò che gli altri non sentivano. Spesso la notte uscivo di nascosto e andavo nell'uliveto dove la luna faceva scintillare le foglie come fossero d'argento e restavo ore a guardarle muoversi nella brezza di mare.


Una di queste sere, scorsi tra gli alberi una ragazza. Occhi luccicanti e capelli liberi nel vento, il candore del suo sguardo mi ghiacciò, impalpabile come un sogno e limpido come il cielo. Mi regalò un sorriso. Ogni notte la rivedevo, ormai era come se gli olivi ci dessero appuntamento e noi fedeli loro amanti arrivassimo puntuali al cospetto della luna. Nacque così una grande amicizia che come un fiume in piena sfondò gli argini della poesia e del sentimento e sfociò nell'oceano dell'amore. L'amore che mi ha cambiato la vita. In un caldo pomeriggio di marzo la incontrai al pozzo sul confine tra le nostre proprietà, lì dove gli olivi si aprono e lasciano correre una strada di ciliegi. Quegli occhi sorgevano nella mia mente come lune di un pianeta deserto. Il vento intarsiato di petali, figli della nuova stagione, carezzava la setosa chioma. Candida come il pensiero d'un infante, mi fissava in attesa di un mio cenno. Carezzai quella gota di velluto e, nel silenzio dei nostri respiri, quel fiabesco sorriso sbocciò in un bacio; i raggi solari ci avvolsero nel loro caldo abbraccio e un uccellino, in quella melodia di colori, planò nel cielo azzurro e mi ricordò che sulle sue ali volava la primavera. Non c'è modo di esprimere quanto fu grande la passione che vissi in quegli anni, accecato dall'amore e sedotto dalla natura in tutte le sue forme, fluttuavo coi miei pensieri in un universo distaccato dalla realtà ma troppo perfetto per essere reale... Poi i tempi cambiarono. I sentieri tappezzati dai petali dei ciliegi si vestirono d'un manto asfaltato, grigio come la notte e freddo come il mare a dicembre. All'orizzonte comparvero case dopo case e il silenzio morì di fronte alla frenesia di una città che nasceva. E lì dove c'era l'amore, e nei suoi occhi trovavo l'aria per respirare, lì dove volteggiavano le stagioni e il tempo non scorreva mai, lì una fabbrica con le sue ciminiere trafisse la terra, e con essa tutta la mia vita. Dietro l'ultima siepe rimasta s'intravedeva il mare dove le onde erano infrante come i miei sogni. Dentro di me ero affascinato dai cambiamenti, ma mi accorsi in quell'occasione che non ero in grado di conviverci.


Caddi in depressione, passavo i giorni a cercare gli olivi scomparsi nell'abbraccio di un'autostrada, scrivevo poesie troppo nostalgiche per essere lette e guardavo inerme la società che lentamente mi assimilava. Una notte di luna piena, dove il mare rivendica all'uomo la sua proprietà, vidi un albero enorme, sembrava troppo grande per poter essere un ulivo, ma quando mi avvicinai riconobbi senza alcun dubbio le foglie d'argento e la corteccia segnata dalle rughe come i pochi uomini che ancora lo amavano. Sul tronco c'era incisa una frase: “Piangi per me e vivrò per sempre”. Leggendo quelle parole socchiusi gli occhi, un turbine sconvolse il mio umore altalenante, sentii nell'aria l'odore di terra polverosa che rischiavo di dimenticare; percepii una morbida e calda sensazione sotto gli occhi e mentre vedevo l'enorme ulivo cadere in mare sotto i colpi di una sega elettrica, una goccia d'olio scivolò sul mio viso e finì sul mio labbro dove ne assaporai l'intenso aroma del mio passato: acre come un ricordo morente e vellutato come una passione vissuta. Da quel giorno ogni volta che penso alla mia terra e al mio amore perduto piango gocce d'olio e penso che in esse è racchiusa la cultura di un popolo divorata dai tempi assassini, oltre al passato di un uomo che non osa più guardare al suo futuro.


— Signore la posso aiutare? — una voce fresca come l'alba soggiunge al mio orecchio — abbiamo una vastissima gamma di oli per lei, di cui molti con certificazione di qualità europea — come un maniaco la stringo a me e con la passione di un tempo la bacio senza pensare. Dapprima cerca di divincolarsi, poi, guardandomi negli occhi vedo il suo viso illuminarsi e l'amore che rischiava di volare via come i petali di ciliegio ci avvolge di nuovo come la prima volta. fissandola incantato vedo la sua pelle grondare d'olio novello. In un solo abbraccio condito dall'acre aroma del nostro passato ho ritrovato la felicità.


— Su alzati! Ci puoi andare a scuola, il medico dice che hai solo un po' di congiuntivite — grida mia madre mentre vedo tutti i miei ricordi svanire con Morfeo e la sua corte.


— Mamma non voglio che l'ulivo cada in mare! — dico io senza sapere bene perché. — Forse è meglio che te ne stai a casa... sei sicuro di sentirti bene?


— Non sono nemmeno sicuro di essere sveglio..—


Corro in giardino, abbraccio il mio piccolo ulivo di città e bacio la sua corteccia. "certo però che era meglio la donna del supermercato" penso tra me e me sorridendo.



Strascichi D'Apocalisse - Cap. 1

Nel corridoio c'e la luce fioca dei neon accesi da poco e tutto appare insolitamente polveroso. E questo stronzo dell'interno 8 con la faccia stralunata e lo sguardo perso se ne sta appoggiato al muro lievemente chino su se stesso.


— Senti bello, ma che è successo sta notte si può sapere? — non ti degna d'uno sguardo — Perchè diavolo non rispondi? Sei forse sordo? — gli gridi addosso.
Del resto quando nessuno dei tuoi vicini sembra vederti, suppongo sia umanamente comprensibile alterarsi un po'.


— Si può sapere che diavolo è successo? Cos'è stai facendo lo stronzo con me? Intanto il portiere lava il pavimento lercio.


— Mario cos'è tutta questa polvere? — ma mario non ti risponde e ti passa il mocio su una scarpa — ma ti sei rincoglionito? — gli sbraiti in faccia — ho capito vi siete messi d'accordo: è uno scherzo di merda; beh siete solo degli scanzafatiche, andate a quel paese.


Non li hai mai trattati così male, o forse sarebbe più corretti dire che non li hai mai trattati e basta. A pensarci bene questo schifo di mattina non è poi così discostante da tutte le altre: coi vicini non parli mai, e col portiere ti limiti a scambiare saluti di circostanza ogni santo giorno. Dunque non vedo perchè te la prendi tanto.


Ti sei addormentato ieri sera cullato dal suono ovattato di uno stereo a tre muri di distanza da te: quel fallito dell'interno 8 dava l'ennesimo festino universitario. fuori c'era la pioggia, quella lenta, quella che se guardi le nuvole da dietro la finestra pare ti dicano "fratello deciditi: o piangi te o piangiamo noi". Insomma la notte perfetta per deprimerti pensando a quella troia della tua ex, mettere una televendità di tappetti a tutto volume e buttarti dalla finestra. Per tua fortuna però ieri notte non vendevano tappetti alla tv pubblica, così ti sei appisolato e hai sognato di salire una scala senza fine o di pisciare senza mai smettere, non ricordi bene.


Saranno state le cinque e mezza del mattino quando ti sei svegliato con uno strano senzo di vertigini, come in bilico sull'orlo di un dirupo con gli occhi incollati di sonno. In quelle condizioni avresti creduto a stento di essere sveglio, figuriamoci se potevi credere a quello che hai visto. Non era la tua camera quella, c'era un divano con tre donne spettinate che dormivano.


— Ehi voi — gridi con un fil di voce — svegliatevi. Ti sei avvicinato e hai iniziato a scuotere quella appisolata sul bracciolo destro, capelli rossi di fuoco e occhi blu come il cielo alpino. Di colpo ha aperto l'occhio sinistro e la pupilla ha iniziato ad oscillare; probabilmente era ubriaca, o per lo meno così ti hanno suggerito il tappeto zuppo d'alcohol e i vetri rotti a tutti gli angoli. "Che cavolo ci faccio quì" avrai pensato, hai capito che le tre giovani non si sarebbero svegliate e sei corso fuori dall'appartamento abbracciato da un misto di panico e confusione. Sul campanello c'era scritto "int. 8".


Scuoti la testa ed alzi il tuo sguardo pesante, c'è luce alla finestra. Troppa luce. Non sono nemmeno le sei e su quella finestra il sole svetta in un cielo di cobalto che pare sia mezzogiorno. Nell'era del digitale gli orologi non sbagliano l'ora, dunque deve essersi sbagliato il sole. ti avvicini a passi lenti ascoltando lo scricchiolio del legno sotto i tuoi piedi. Da vicino con tua grande sorpresa ti rendi conto che quel che si vede dalla finestra non è che un quadro dipinto sul vetro. per circa un minuto te ne stai immobile a pensare chi diavolo possa dipingere in maniera tanto fotorealistica quello che hai sempre visto a mezzogiorno e piazzarlo lì, maghari qualche artista contemporaneo. Ma nonappena guardi veramente fuori dalla finestra, rimuovendo quell'opera inusuale, ogni dubbio diviene banale e cade inesorabilmente nell'oblio dei ricordi di ciò che era e adesso non è più.


Un deserto di sabbia bianca, immenso e luminoso. Non s'ode un solo sibilo di vento, sei solo col tuo respiro, con lo sguardo paralizzato sull'orizzonte. Nient'altro che sabbia e cielo senza nubi. "Dunque è arrivata" starai pensando "la fine del mondo è arrivata", ma non darti troppo retta sei evidentemente sotto shock; e poi insomma se il mondo era finito te che stavi a fare ancora qui, e soprattutto dove cazzo stanno i quattro cavalieri dell'apocalisse?


— Ciao — ti volti di scatto: una bambina ti fissa sorridente, bionda come gli angeli con un vestito rosso — mi aiuti a ritrovare il mio cane?


— Ma che è successo? Dove sono i tuoi genitori? Chi sei? — non ti sembra di fare troppe domande? avrà si e no sette anni quella bambina.


— Io sono Aurora e ho perso il mio cane, mi aiuti a ritrovarlo? — non puoi mica dirle di no e a dirla tutta non mi sembra ci sia molto altro da fare quì: gente che si trascina per i corridoi fingendo di non vederti e tutto ciò che ricordavi è ora dipinto su un vetro...


— Va bene Aurora, da che parte è andato il tuo cane?


— E' andato là — punta il dito verso qualcosa che somiglia ad un obelisco appena visibile nel mezzo di quel deserto candido e sconfinato.


— E allora andiamo a riprenderlo — la prendi per mano e ve ne andate verso l'uscita.


— Lui si chiama Red.


— Chi?


— Il mio cane si chiama Red.